BADIA POLESINE (RO) – Nell’anno dell’Expo dedicato al cibo, quando tutto il mondo sembra essersi reso conto che dalla terra arriva il nutrimento dell’uomo, il quale l’ha trasformato in arte e cultura identificativa dei vari popoli, sembra avere un sapore nuovo anche la riproposizione da parte di Coldiretti Rovigo dell’annuale “Zena coi ossi” (la cena con gli ossi), edizione numero 21.
L’ormai tradizionale appuntamento con la cena a base di prodotti della macellazione del maiale, alla maniera delle campagne polesane fino al dopoguerra, si terrà giovedì 29 gennaio prossimo, dalle 20, all’agriturismo Le Clementine di Badia Polesine, socio storico di Terranostra Coldiretti. Come sempre, saranno ospiti della serata i rappresentanti delle istituzioni politico-amministrative del territorio e la stampa locale. L’idea originaria è quella di un luogo informale di discussione sui problemi e le risorse del Polesine, per mettere in campo idee e progetti da portare poi sui tavoli ufficiali.
La “Zena coi ossi” è nata proprio a Le Clementine, agli inizi degli anni ’90, quando Luciana Clementina Vallese, che nel 1992 ha aperto i battenti del primo agriturismo che si fosse mai visto nella provincia di Rovigo, volle dargli la fisionomia di una sentinella della tradizione.
“Dopo qualche anno dall’apertura – racconta Luciana Vallese – mi è venuta l’idea di questa cena, perché mi sembrava giusto ricordare la tradizione contadina del maiale ed i piatti che si preparavano una volta con i derivati, che ormai nessuno più conosceva o apprezzava. D’altra parte se questo lavoro di recupero non si fa in un agriturismo, non saprei proprio chi potrebbe farlo: è il distinguo di un agriturismo rispetto ad ogni altra attività ristorativa”.
Da quel momento, a dispetto del fatto che inizialmente media e società accolsero con freddezza l’idea che gli esseri umani potessero “mangiare ossi”, la “Zena” è diventata nel tempo un appuntamento socio-culturale, quasi un evento trendy, che la ristorazione polesana ha cominciato a rincorrere e al grido di “recuperiamo le tradizioni”, si è diffusa in tutto il territorio, portata in scena perfino da ristoranti e realtà ristorative che poco o nulla hanno a che fare con le radici contadine.
“Nelle prime edizioni della “zena” – ricorda Luciana Vallese – l’animatore della festa era il maestro Giuseppe Rigolin, già presidente della Cciaa, figura che fino alla fine è stata profonda conoscitrice e cultrice della civiltà contadina del Polesine. Per questo il primo piatto, la pasta e fagioli, è a lui dedicata”. Il piatto portante, invece, sono gli ossi di maiale, quelli che si mangiavano durante il rito della macellazione e che si conservavano sotto sale dall’inverno alla primavera successiva. “Si preparavano bolliti in acqua con sedano, carota e cipolla, come per fare un brodo – spiega Luciana Clementina - poi si servivano mettendoli in mezzo alla tavola. Di carne attaccata ce n’era poca, perché veniva usata per i salami, ma si mangiavano lo stesso come una prelibatezza rara, perché la carne non era cosa di tutti i giorni. Con l’acqua, invece, si facevano i manafanti (o malafanti), una specie di pappetta di farina di mais: non si buttava veramente via niente. Naturalmente – conclude Luciana – oggi li propongo un po’ rivisitati per il gusto moderno: sempre bolliti in acqua e verdure, ma integri con tutta la carne, serviti con salsa di cren, sale, mostarda di frutta e altri contorni. All’epoca erano piatti molto pesanti, ma servivano per dare energie e lavorare duramente. Il cibo che si mangia racconta più di tutto la nostra storia”.
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